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Truffa e appropriazione indebita: S.R.L. sparisce dopo aver incassato l’acconto

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Truffa e appropriazione indebita: S.R.L. sparisce dopo aver incassato l’acconto

Uno dei casi che desta maggiori dubbi e preoccupazioni concerne quelle situazioni in cui una S.R.L. o S.R.L.S., stipulando dei contratti di lavoro edili, includendo altresì l’acquisto dei materiali, incassi un acconto iniziale per poi sparire, senza aver dato seguito ai lavori, così come pattuito.
Nel caso in cui si verifichi una simile situazione, è indubbio che verrà addebitata alla S.R.L. “fantasma” una responsabilità penale nei termini che si seguono.

Precisamente, la Società agente risponderà del reato di truffa di cui all’art. 640 c.p.
Tale fattispecie criminosa, collocata nel Libro secondo, Titolo XIII, capo II del codice penale, si realizza in tutti quei casi in cui l’autore del reato, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, a danno del soggetto passivo, induca taluno in errore mediante artifizi e raggiri. Trattarsi di un tipico schema di reato a forma vincolata e necessitante della cooperazione con la vittima.
Precisamente, il legislatore ha inteso creare una tutela al patrimonio del singolo, la cui volontà risulta viziata a causa della manipolazione posta in essere dall’agente del reato.

In seguito a diverse pronunce giurisprudenziali, si è giunti a una più determinata e accentuata svalutazione della condotta criminosa, includendo anche il silenzio e il mendacio adottati dall’agente per indurre in errore il soggetto passivo. Questo si verifica quando, chi ha il dovere di informare l’altro contraente, ometta di farlo su specifiche condizioni rilevanti sull’affare del caso, serbando maliziosamente silenzio. Sul punto, si è espressa più volte anche la giurisprudenza, precisando che: “Costituisce un artifizio e un raggiro il silenzio maliziosamente serbato dal soggetto che abbia il dovere, anche in forza di una norma extra penale, di far conoscere una determinata circostanza fondamentale ai fini della conclusione di un contratto” (Cass. Pen., sez. II, n. 6561/2020).
Come anticipato, affinché possa dirsi consumato il reato de quo, è indispensabile che vi sia un atto di disposizione patrimoniale, inteso quale elemento costitutivo del reato; deve inoltre esserci un ingiusto profitto, quale vantaggio patrimoniale per l’autore del reato e, viceversa, un danno per il soggetto passivo, quale deminutio patrimonii.
Si tratta, in sintesi, di anelli di una catena causale che prende le mosse dagli artifizi e raggiri, arrivando infine alla disposizione patrimoniale operata dal soggetto passivo che non risulta volontaria.
Peraltro, essendo un reato procedibile a querela, la giurisprudenza ha dibattuto su una questione ben rilevante ovvero nel caso della mancata coincidenza tra il soggetto che viene ingannato e il soggetto che invece subisce effettivamente il danno patrimoniale, conseguente alla condotta posta in essere dall’agente.
Sul punto, l’orientamento prevalente ha asserito che “il delitto di truffa è configurabile anche quando il soggetto passivo del raggiro è diverso dal soggetto passivo del danno, ed in difetto di contatti diretti tra il truffatore e il truffato, sempre che tra i raggiri o artifizi posti in essere dal truffatore per indurre in errore il terzo, il profitto tratto dallo stesso truffatore ed il danno patrimoniale patito dal truffato sussista un nesso di causalità” (Cass. Pen, sez. II, n. 28831/2018).
Tanto premesso, la S.R.L., incassando l’acconto dopo la conclusione del contratto senza iniziare i lavori pattuiti e facendo perdere ogni taccia di sè, risponderebbe verosimilmente del reato di truffa.

Giova però sottoporre all’attenzione del lettore una distinzione non di poco conto tra la fattispecie criminosa esaminata fin ora e un’altra differente, ovvero il reato di appropriazione indebita di cui all’art. 646 c.p.
Preliminarmente, si rileva come il legislatore, nel caso dell’appropriazione indebita, reato contenuto anche nel Titolo dei “Delitti conto il patrimonio”, abbia voluto garantire, non solo l’integrità del patrimonio della persona offesa, ma altresì il rapporto di fiducia intercorrente tra il proprietario e il soggetto, detentore del bene posseduto, sul quale incombe l’obbligo di restituirlo. Pertanto, è necessario che sussista un rapporto funzionale tra il bene altrui e l’autore del reato, che possiede la cosa a qualsiasi titolo e se ne appropri ingiustamente.

Ora, vi è una sottile e rilevante distinzione tra il reato di truffa e quello di appropriazione indebita, che merita in tal sede una disamina.
In particolare, mentre ai fini della configurazione del reato di truffa, viene indotto in errore il soggetto passivo, quindi, ingannato allo scopo di farsi consegnare il bene, al contrario, nel caso dell’appropriazione indebita, non vi è alcun inganno, piuttosto l’agente fa proprio il bene di cui aveva il possesso, omettendo di restituirlo.
In altre parole, nel caso del reato di cui all’art. 646 c.p. non vi è alcuna interazione tra soggetto attivo e passivo, in quanto il primo possiede legittimamente già la cosa, nella truffa invece è richiesto un rapporto d’interazione tra il colpevole e la persona offesa.

Tale aspetto è stato più volte rilevato dalla Suprema Corte, grazie al cui lavoro è stato specificato che: “Sussiste il delitto di truffa quando l’artificio e il raggiro risultino necessari alla appropriazione, mentre ricorre il reato di appropriazione indebita quando gli artifizi e raggiri siano posti in essere dopo l’appropriazione del bene a soli fini dissimulatori” (Cass. Pen., sez. II, n. 51060/2016).

Pertanto, relativamente al caso che si sta trattando, la S.R.L. potrebbe rispondere del reato di truffa nel caso in cui i raggiri venissero posti in essere prima del versamento della somma relativa all’acconto, al fine di procurarsi fin da subito un indebito profitto.

Al contrario, la Società sarà ritenuta responsabile per il reato di appropriazione indebita nel caso in cui, avendo ottenuto l’acconto iniziale, detenendo la somma in modo legittimo, al fine di iniziare i lavori concordati e comprare i materiali idonei, abbia posto in essere i raggiri successivamente l’ottenimento del suindicato importo, quindi, per soli fini dissimulatori.

Avv. Marco Sciascio

Avv. Chiara Di Nuovo

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